Giuseppe Di Vagno il Gigante buono


 

 Genitori..."Nacque a Conversano il 12 aprile 1889 da famiglia di piccoli proprietari.
Dopo gli studi liceali nel Seminario di Conversano s’iscrisse alla Facoltà di Legge dell’Università di Roma conseguendo la laurea nel 1912.
Al ritorno nel paese natale s’inserì nella vita politica, ponendosi a sostegno delle rivendicazioni contadine e popolari.

Nel giugno del 1914 è eletto Consigliere Comunale e Provinciale.
Fu uno dei fondatori, nel 1920, della sezione barese della società "Umanitaria".
Collaborò a diversi periodici democratici e socialisti, tra i quali "Humanitas" del repubblicano Piero Delfino Pesce e "Puglia Rossa".
Si schierò a fianco dei contadini di Gioia del Colle e di Minervino Murge colpiti, tra il ‘20 e ’21, dalla violentissima e sanguinosa reazione degli agrari all’occupazione pacifica delle terre incolte e dalla repressione poliziesca.
Nelle elezioni politiche del ’21 fu eletto Deputato al Parlamento nella lista dei Socialisti Unitari, ottenendo più voti di Di Vittorio.
Leo Valiani, uno degli interpreti più significativi del socialismo democratico europeo del Novecento, coglieva in uno scritto sull’"Espresso" per i cinquant’anni dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno tutto il significato della violenza elevata a sistema che avrebbe in poco tempo spazzato via le istituzioni liberali e lo Stato di Diritto: "Nel settembre 1921 i delitti commessi dagli squadristi si contavano già a centinaia in tutta Italia, ma per la prima volta era ucciso un Parlamentare. Non era un caso che questo grave crimine politico fosse stato commesso in Puglia. Già nel 1913 le leghe bracciantili pugliesi erano più numerose di quelle di qualsiasi altra regione italiana".
Il delitto del Deputato socialista di Conversano, noto per la difesa di contadini ed operai nelle aule dei Tribunali, per l’impulso all’organizzazione dei lavoratori e per il sostegno alle istituzioni assistenziali (Società Umanitaria, Comitati per i profughi Serbi e Montenegrini) suscitò una profonda impressione nell’intera opinione pubblica nazionale in una fase in cui si tentava di arginare la violenza che stava sconvolgendo l’Italia post-bellica.
Di Vagno cadde a Mola di Bari il 25 settembre del 1921 in un’imboscata organizzata da circa venti giovani fascisti del suo paese natale, qualcuno di Gioia del Colle, che dopo la conclusione di un comizio spararono all’impazzata e lanciarono una bomba a mano per terrorizzare i passanti.
Ma i suoi oppositori dell’estrema destra avevano progettato di eliminarlo già durante la campagna elettorale.

L’avversione nei confronti di Di Vagno si era manifestata in forma violenta nel Consiglio ProvincialeG_DiVagno di Bari per le sue denunce, assieme a Gaetano Salvemini, delle lentezze dell’azione amministrativa, dei ritardi nell’ultimazione dei lavori dell’Acquedetto pugliese e del trasformismo della classe dirigente. I suoi interventi antimilitaristi, a favore della pace provocarono la reazione dei più accesi nazionalisti.
Il gran successo elettorale nel maggio del ’21 (ottenne dopo Vella il maggior numero di voti nella lista dei socialisti unitari) fece scattare la caccia all’uomo da parte dei suoi nemici.
All’indomani della feroce esecuzione, in una lunga lettera all "Avanti!" Di Vittorio denunciò le responsabilità di Caradonna e del fascismo pugliese, citando alcune affermazioni dell’esponente politico di Cerignola "che, egli, Caradonna, se ne fregava del socialismo di Bonomi e degli altri Ministri perché i fascisti quando sentono il bisogno di sopprimere un avversario sorteggiano fra di loro il destinato a consumare la soppressione, senza alcuna preoccupazione".
Caradonna negò ogni responsabilità nel delitto.
Tuttavia nell’aprile del ’22, secondo la denuncia dell’on.Vella alla Camera, dopo una manifestazione a Conversano, non lontano dall’abitazione della famiglia di Di Vagno, un gruppo di seguaci del Caradonna, capo del fascismo cerignolese che aveva partecipato di persona, rivolse frasi oltraggiose e minacce all’indirizzo della Vedova e del figlio di pochi mesi.

Il misfatto compiuto a Mola di Bari, che occupò la prima pagina dei Giornali regionali e nazionali con edizioni straordinarie, evidenziò l’incapacità delle istituzioni liberali di porre freno all’assunzione della violenza come metodo di risoluzione dei problemi dell’Italia post-bellica.
Si deve ad un Maestro del diritto Enrico Ferri, che guidò il Collegio di difesa nel processo che si concluse a pochi mesi dall’avvento del fascismo senza giustizia e senza verità, la dimostrazione delle lacune dell’istruttoria e l’enunciazione della stretta correlazione tra "gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso".
Il grande Giurista evidenziò, in particolare, "la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui".
L’eco dell’omicidio dell’esponente socialista di Conversano raggiunse le comunità degli emigrati meridionali (affollate di seguaci del Socialismo) negli Stati Uniti e nel Sud America che per più di una generazione ne hanno tutelato il ricordo.
La revisione del processo, chiesto a gran voce da Di Vittorio, Nenni, Pertini nelle prime manifestazioni popolari dei partiti democratici dell’Italia libera, si concluse nel luglio del’47 solo con lievi condanne degli esecutori materiali del delitto.
Il Collegio di difesa degli imputati, costituito da esponenti di spicco della nuova destra pugliese con cavilli procedurali - tra cui l’opposizione alla richiesta di costituzione di parte civile dell’Assemblea Costituente - impedì la ricerca delle responsabilità degli istigatori morali del crimine.
La memoria del "gigante buono", come lo definì Turati, fu riproposta da Tommaso Fiore su Radio Bari, nei primi mesi del ’44, dove Di Vagno, Matteotti, Gobetti ed i fratelli Rosselli furono ricordati tra gli ultimi Difensori delle libertà e della giustizia sociale prima del lungo buio del regime.
Oggi i nomi delle strade e piazze di tante città pugliesi dedicate alla figura del Martire socialista costituiscono i pochi segni di quel travagliato periodo della storia nazionale.
In particolare spicca una lapide a Locorotondo, che più volte i fascisti tentarono di distruggere:

 

"A Giuseppe On. Di Vagno
Tribuno apostolo martire dell’ideale socialista
assassinato in Mola il XXV-IX-MCMXXI. 1 novembre 1921.
La codardia nemica due volte distrusse
Il popolo due volte pose". 1 maggio 1947