Giuseppe Di Vagno “Il processo Di Vagno – Un delitto impunito dal fascismo e dalla democrazia”

È stato presentato giovedì 14 luglio, presso la sala “Aldo Moro” della Camera dei Deputati, il volume “Il processo Di Vagno – Un delitto impunito dal fascismo e dalla democrazia”.  L’opera, edita dal primo ramo del nostro Parlamento, è il risultato della ricerca storica promossa dalla Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)” sugli atti del processo Di Vagno ritrovati, dopo anni di ricerca, presso l’Archivio di Stato di Potenza. L’iniziativa rientra nel calendario delle Manifestazioni per il Novantesimo anniversario della scomparsa del martire socialista.


Dinanzi ad una folta platea (tra i presenti l’on. Giuseppe Di Vagno Jr) , il volume è stato introdotto dall’on. Antonio Leone, vice presidente vicario della Camera e da Gianvito Mastroleo, presidente della Fondazione “Giuseppe Di Vagno(1889-1921)”. L’analisi della vicenda storica e giuridica, invece, è stata svolta dalla storica Simona Colarizzi, profonda conoscitrice dell’antifascismo meridionale, e da Enzo Musco, giurista e docente di diritto penale alla Sapienza.


Una iniziativa editoriale, quella della Camera, che prosegue nel solco della continuità, come ha voluto sottolineare l’on. Leone nel suo intervento, ricordando l’attenzione rivolta alla figura di Giuseppe Di Vagno dai precedenti Presidenti della Camera Casini e Bertinotti. È dunque una storia, quella del “Gigante Buono”, che ha la forza di  avvicinare esponenti del mondo  politico con estrazione e formazione culturale di certo non affine. Inoltre Leone ha voluto ricordare il martire socialista descrivendolo non solo come un punto di riferimento per il socialismo riformista del meridione, ma anche come un simbolo nazionale dell’antifascismo.


Il momento vissuto a Montecitorio ha la sua espressione nelle parole di Mastroleo, il quale vede il ricomporsi della frattura del tessuto sociale che la vicenda Di Vagno provocò nella Puglia e nella città di Conversano: "La vicenda non solo fu una storia di lacerazioni di un Uomo  con la propria terra e la propria appartenenza politica, ma anche di lacerazione giudiziaria: i colpevoli dell’assassinio difatti non furono mai condannati definitivamente, prima  per via del decreto Ovidio del 1923 e poi della amnistia di Togliatti nel 1947. Quelle fratture si chiudono solo a novanta anni di distanza attraverso la messa a nudo degli atti del processo, che si consacra simbolicamente in Parlamento, lì dove si manifesta  la massima espressione della rappresentatività popolare, e che inequivocabilmente chiariscono che quello fu omicidio volontario e che non poteva essere oggetto di amnistia ”.


Sulla impunità dell’omicidio torna anche la Colarizzi, secondo la quale oggi giustizia è stata fatta poiché parliamo di Di Vagno in modo solenne. La storica non può mancare di contestare agli assassini dell’onorevole socialista l’intenzione di voler colpire un simbolo della conquista e della difesa della libertà, in un momento storico in cui questa veniva meno. Inoltre osserva come l’uccisione di Di Vagno smentisce l’idea fascista della “controrivoluzione preventiva al bolscevismo”. Questo è possibile poiché l’aggressione delle camicie nere punta a distruggere quello che Turati definiva il socialismo che diviene, luogo della ricerca di diritti e dignità delle masse lasciate fuori dalla stato. Sulla stessa lunghezza d’onda Enzo Musco il quale non esita a esplicitare un pensiero condiviso dai più: “Di Vagno fu ucciso tre volte. La prima è l’uccisione carnale. La seconda fu compiuta ad opera del potere politico che emanò l’amnistia del 1923. Dopo il fascismo viene assassinato una terza volta dalla istituzione dello Stato, con la Corte di Cassazione che giudicò la morte del socialista come omicidio preterintenzionale. Facendolo rientrare di fatto nella amnistia del ‘47”.